Vaccini: il punto sulla terza dose di vaccino anti-Covid

Vaccini anti-Covid e cure: cosa è autorizzato e cosa no. Il punto della situazione

Da qualche mese a questa parte ricercatori, medici, governi e autorità sanitarie si confrontano sull’opportunità di somministrare una terza dose del vaccino contro il Covid, dopo qualche tempo dalle due già previste dal normale ciclo vaccinale. Come spiega il sito ilpost.it, un’ulteriore dose potrebbe favorire il mantenimento della protezione offerta dal vaccino, che nel corso del tempo tende a ridursi, anche se non è ancora completamente chiaro di quanto.

In certi Paesi, come Israele e Stati Uniti, la somministrazione della terza dose è già stata avviata per certe categorie di persone, mentre in altri come l’Italia si sta seguendo un approccio più cauto in attesa di avere dati più chiari sulla durata della risposta e della memoria immunitaria dopo le due dosi di vaccino, o la dose singola nel caso del vaccino di Johnson & Johnson.

Il nostro sistema immunitario è molto complesso e ha varie risorse per fronteggiare i patogeni. In presenza di una minaccia esterna, interviene prima con difese piuttosto grezze e pronte all’uso e in seguito con sistemi più raffinati, che permettono non solo di contrastare il patogeno, ma anche di conservarne memoria. Qualcosa di simile avviene dopo avere ricevuto un vaccino, anche se questo è sostanzialmente innocuo perché non potrà portare allo sviluppo della malattia vera e propria. La durata della memoria immunitaria varia molto a seconda delle minacce e di come queste sono state incontrate.

Quanto dura la memoria immunitaria?

Determinare con precisione quanto duri questa memoria è estremamente difficile, e lo è ancora di più nel caso in cui sia passato poco tempo, come avvenuto con l’emersione del Covid-19 e dei vaccini sviluppati per tenerlo sotto controllo, perché i dati disponibili sono limitati. Le prime persone a essere state vaccinate contro il coronavirus sono stati i partecipanti ai test clinici per verificare sicurezza ed efficacia dei vaccini, poco più di un anno fa. Sono qualche decina di migliaia per ogni tipo di vaccino e sono ancora oggi seguite dai ricercatori, per comprendere come si modifichi l’efficacia nel corso del tempo, anche a seconda della diffusione di nuove varianti.

Una dose di rinforzo induce una nuova moltiplicazione delle cellule immunitarie, che a loro volta producono nuovamente anticorpi, che nel corso del tempo tendono nuovamente a svanire. Il processo fa sì che alla fine rimanga una quantità maggiore di cellule immunitarie, che potranno offrire una risposta più immediata ed efficace nel caso di una nuova infezione. Alcune di queste cellule raggiungono inoltre i linfonodi, dove attraverso mutazioni diventano via via più abili nel produrre anticorpi altamente specifici contro la minaccia che hanno incontrato. Questo processo (“maturazione dell’affinità”) è alla base della costruzione di una migliore protezione contro le malattie. In natura avviene con la ripetuta esposizione ai patogeni (quasi sempre ammalandosi), mentre con i vaccini tramite la somministrazione di dosi aggiuntive quando necessario.

Questo effetto di rinforzo viene in parte raggiunto con la seconda dose dei vaccini contro il coronavirus, ma secondo diversi ricercatori due somministrazioni potrebbero non essere sufficienti per stimolare la massima produzione possibile di nuove cellule immunitarie. Studi svolti in diversi Paesi hanno evidenziato una possibile riduzione della memoria immunitaria, con una conseguente protezione inferiore a mesi di distanza dalla somministrazione del vaccino. A tutt’oggi non è tuttavia possibile quantificare con precisione questa riduzione, né comprendere se sia tale da rendere necessario l’impiego di ulteriori dosi.

Per fissare le idee, i ricercatori sono alla ricerca di un “correlato di protezione”, cioè di un punto chiaro per fissare una soglia, in modo da poter determinare al di sotto di quali valori dei livelli di anticorpi neutralizzanti sia opportuno procedere con una nuova somministrazione. I primi indizi su una eventuale riduzione nel tempo dell’efficacia e un sensibile aumento dei casi, dovuto per lo più alla variante delta, ha spinto alcuni governi a organizzare la somministrazione di una terza dose del vaccino alla popolazione già vaccinata.

La terza dose in Italia!

In Italia al momento si è parlato di terza dose solamente per i soggetti più fragili e a rischio, come gli immunodepressi. Nel loro caso, infatti, due dosi di vaccino potrebbero non essere sufficienti per sviluppare una risposta immunitaria adeguata contro il Covid-19, perché il loro sistema immunitario è meno reattivo. Non sono state invece assunte decisioni definitive su un’ulteriore dose per il resto della popolazione, e lo stesso Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione presso il ministero della Salute, è stato molto cauto sul tema in un recente articolo nel quale ha ricordato che a oggi «non sappiamo ancora del tutto rispondere» su quanto duri l’immunità offerta dai vaccini. In settimana il tema era stato affrontato anche dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che aveva confermato l’avvio a breve della somministrazione di una terza dose per i fragili, mentre è stato un poco più vago sulla possibilità di estendere la procedura al resto della popolazione.

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