Nuovo anno scolastico: a rischio l’avvio della sperimentazione di educazione civica

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Col voto del Senato dello scorso 1 agosto è stato approvato in via definitiva il disegno di legge n. 1264, che sancisce l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica nel curriculum didattico delle scuole di ogni ordine e grado. Tuttavia, a pochi giorni dalla riapertura delle scuole, l’effettivo avvio delle attività legate a tale disciplina (previste 33 ore di insegnamento, affidate a uno o più docenti del consiglio di classe, con formulazione di un voto in pagella) appare quanto meno incerto. A esprimere le maggiori perplessità è il personale docente, che lamenta l’impossibilità di realizzare un progetto didattico per così dire “in tempo reale”, cioè senza le necessarie attività preliminari di formazione e programmazione.

Le difficoltà di attuazione del disegno di legge.

In effetti, la legge n. 92 che norma l’insegnamento dell’educazione civica è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 21 agosto, ed entrerà in vigore il 5 settembre, in tempo per l’apertura delle scuole. Sebbene il primo comma dell’articolo 2 preveda l’inserimento nei curricoli a partire dall’anno scolastico 2020/21, l’attuale Ministro dell’istruzione Bussetti ha manifestato più volte l’intenzione di inaugurare la nuova disciplina già dal prossimo settembre, ipotizzando a tal fine una sorta di “sperimentazione” per il corrente anno scolastico. A complicare l’iter di realizzazione del progetto è però intervenuto il Cspi (il Consiglio superiore della Pubblica istruzione, il cui parere è ineludibile in simili casi), il quale ha opposto il rifiuto di concedere l’autorizzazione senza procedere a un adeguato approfondimento della questione. Questo passaggio rischia quindi di compromettere ogni probabilità di far coincidere la sperimentazione con l’inizio delle attività didattiche.

La complicata crisi di governo.

A condizionare pesantemente il parere del Cspi contribuisce la posizione assunta dai sindacati, molti dei quali si sono già espressi negativamente a proposito. A questo punto, l’unica via percorribile dal Ministro sarebbe quella di emanare un provvedimento amministrativo che prescinda dal parere del Cspi. Si tratta di una decisione rischiosa, carica di conseguenze amministrative, che forse sarebbe possibile in un diverso contesto politico: una decisione che invece l’attuale governo, alle prese con una crisi dagli esiti imprevedibili, non è in grado di assumere. Appare quindi assai probabile che la riforma entri in vigore solo a partire dal 2020.

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