Cassazione, sentenza n. 1448/18: tre anni di carcere e multa di 15mila euro a chi maltratta i cani!

Cassazione: tre anni di carcere e multa di 15mila euro a chi maltratta i cani

La Cassazione obbliga a tre anni di carcere e a 15mila € di multa a chi maltratta i cani. La Corte di cassazione – Sezione III penale – con la sentenza del 15 gennaio 2018 n. 1448 stabilisce che i cani così come gli altri animali hanno una loro dignità e meritano di essere rispettati e in ogni caso non maltrattati. In caso contrario interviene il Codice penale che all’articolo 544-ter prevede espressamente il carcere nonché multe pesanti per gli autori di atti violenti e gratuiti contro gli animali. Tale articolo infatti recita:”Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte dell’animale.” Questo in estrema sintesi il contenuto della sentenza n. 1448/18 della Cassazione.

La vicenda: maltrattati con crudeltà e senza necessità 112 cuccioli di cane.

La Corte si è trovata alle prese con una vicenda di notevole degrado, in cui un soggetto aveva maltrattato con crudeltà e senza necessità ben 112 cuccioli di cane. Le contestazioni contro l’uomo erano diverse. Irregolare importazione dall’Ungheria, mancanza di certificati veterinari, mancanza di ciotole per il cibo e per il beveraggio, assenza di spazi minimi vitali per i cuccioli, omesso soccorso verso i cuccioli ammalati e addirittura ritrovamenti di animali deceduti in posti impensabili quali frigoriferi in disuso. Sembrerebbe la trama di un film horror eppure la vicenda secondo la puntuale descrizione dei Supremi giudici era proprio questa.

Ma non è finita qui: erano stati contraffatti i passaporti canini, in particolare su venti passaporti era stato apposto un timbro contraffatto di un veterinario ungaro che provvedeva all’inoculazione del microchip di riconoscimento del cane e all’attestazione sul passaporto, risultando quindi a seguito ad accertamenti a campione, la falsità del numero di microchip in quanto già attribuito ad altri, la falsità dell’età dei cuccioli. Irregolarità anche sulle attestazioni delle vaccinazioni antirabbiche.

L’imputato si era difeso eccependo di non essere consapevole della contraffazione del timbro veterinario, mancata assunzione di prova decisiva ossia l’esame radiologico che avrebbe consentito in maniera più certa di ricostruire l’età del cucciolo, rispetto a quello della conformazione dentaria. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile sulla base di numerose controdeduzioni che evidenziavano come gli animali fossero stati trattati in modo crudele.

Vi era inoltre un’aggravante: ricordano i Supremi giudici che nessuna attenuante poteva essere concessa all’imputato dal momento che a seguito della vendita dei cuccioli circa il 30% era deceduto dopo poche settimane proprio a testimonianza delle condizioni in cui erano vissuti. E questo si legge nella sentenza integra il comma 3 dell’articolo 544-ter del cp secondo cui “la pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma (ndr maltrattamenti) deriva la morte dell’animale”. Confermati – in definitiva – i 3 anni di carcere, il risarcimento nei confronti della parte civile costituita da determinarsi innanzi al giudice civile, nonché il pagamento di una provvisionale di 15mila euro.

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